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LINTERCULTURALITÀ NASCE TRA I BANCHI DI SCUOLA Soprattutto per i più piccoli lintegrazione e lapprendimento dellitaliano è più facile allinterno di classi normali e accanto ai coetanei italiani
“I bambini si aiutano, si capiscono, creano solidarietà e amicizia. Sono loro i veri facilitatori linguistici”.
Lo assicura Luigi Ambrosi, insegnante della scuola elementare Fabio
Filzi in zona Corvetto. Lì di bambini stranieri ce ne sono tanti: 6 su
dieci hanno origine non italiane, anche se molti di loro nel nostro
paese ci sono nati.
Lì fino a 10 anni fa di facilitatori ce n’erano diversi, lui era uno di loro. Oggi ce n’è solo uno.
“L’anno scorso eravamo supportati dagli operatori di due cooperative
incaricati dal Comune che si sostituivano ai facilitatori. Quest’anno
ci hanno tolto anche questo servizio, non sappiamo perché” spiega
Ambrosi.
Le cooperative, ci racconta l’insegnante, essendo composte da operatori
che girano e che cambiano in continuazione, non erano comunque la
soluzione ideale. I facilitatori, viceversa, si inseriscono a 360 gradi
nell’ambiente in cui lavorano, conoscono le storie dei bambini che
seguono e delle loro famiglie, il loro passato e il loro
presente.
Eppure la situazione è gestibile. Non ci sono alunni che bloccano i
lavori della classe, anzi; i casi di eccellenza si registrano proprio
tra i bambini stranieri. “C’è più impegno, più rispetto
dell’istituzione scolastica, e soprattutto c’è la speranza del riscatto
attraverso la mobilità sociale. Una speranza che molte famiglie
italiane disilluse hanno perso da tempo”.
Nelle classi in cui lavora Ambrosi ci sono bambini con gli occhi a
mandorla e bambini con la pelle color caffelatte. Molti di loro sono
nati in Italia.
“I neoarrivati a Milano dopo 6 o 7 mesi tra i banchi di scuola hanno
già acquisito il 70% della conoscenza dell’italiano. Ma non è
solo una questione di lingua-spiega l’insegnante- il progetto mandato
avanti per anni attraverso la figura dei facilitatori parlava di
interculturalità e integrazione, di aiuto alla comprensione e di
insegnamento alla solidarietà”.
Ambrosi ci racconta dei capodanni cinesi e delle ricorrenze musulmane
preparati e festeggiati con entusiasmo e divertimento dai “suoi”
bambini; ci racconta immagini di amicizia ed uguaglianza, di
condivisione e curiosità, di avvicinamento e reciprocità.
Ci racconta che l’integrazione, quella parola di cui si riempiono la
bocca alcuni politici sostenitori delle “classi ponte”, prevede
bilateralità, non assimilazione; scambio, non imposizione.
Perché il rapporto tra culture diverse non arricchisce soltanto i
bambini stranieri; anche quelli italianissimi, le cui origini ed usanze
qualcuno si affanna a voler preservare a tutti i costi da eventuali
pericolose contaminazioni esotiche, ricevono insegnamenti e
informazioni preziosissime per la loro crescita individuale.
Imparare a comprendere che esistono punti di vista differenti, imparare
a non fossilizzarsi in schemi prestabiliti. Imparare che la “diversità”
è bella, stimolante, costruttiva; questo è l’arricchimento più prezioso.
Giulia Cusumano
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