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 notiziario 313 del 14-11-2008

L’EXPO E LA FAVOLA DEI 500.000 MILANESI IN PIÙ
OLTRE IL DEGRADO LA BEFFA
MENO FACILITATORI, PIÙ DIFFICOLTÀ
L’INTERCULTURALITÀ NASCE TRA I BANCHI DI SCUOLA
PROVACI ANCORA, SILVIO
E “FINAZZER CHI?” SI PRESENTÒ
 
 
 
 
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L’INTERCULTURALITÀ NASCE TRA I BANCHI DI SCUOLA
Soprattutto per i più piccoli l’integrazione e l’apprendimento dell’italiano è più facile all’interno di classi normali e accanto ai coetanei italiani

“I bambini si aiutano, si capiscono, creano solidarietà e amicizia. Sono loro i veri facilitatori linguistici”.
Lo assicura Luigi Ambrosi, insegnante della scuola elementare Fabio Filzi in zona Corvetto. Lì di bambini stranieri ce ne sono tanti: 6 su dieci hanno origine non italiane, anche se molti di loro nel nostro paese ci sono nati.
Lì fino a 10 anni fa di facilitatori ce n’erano diversi, lui era uno di loro. Oggi ce n’è solo uno.
“L’anno scorso eravamo supportati dagli operatori di due cooperative incaricati dal Comune che si sostituivano ai facilitatori. Quest’anno ci hanno tolto anche questo servizio, non sappiamo perché” spiega Ambrosi.
Le cooperative, ci racconta l’insegnante, essendo composte da operatori che girano e che cambiano in continuazione, non erano comunque la soluzione ideale. I facilitatori, viceversa, si inseriscono a 360 gradi nell’ambiente in cui lavorano, conoscono le storie dei bambini che seguono e delle loro famiglie, il loro passato e il loro presente.
Eppure la situazione è gestibile. Non ci sono alunni che bloccano i lavori della classe, anzi; i casi di eccellenza si registrano proprio tra i bambini stranieri. “C’è più impegno, più rispetto dell’istituzione scolastica, e soprattutto c’è la speranza del riscatto attraverso la mobilità sociale. Una speranza che molte famiglie italiane disilluse hanno perso da tempo”.
Nelle classi in cui lavora Ambrosi ci sono bambini con gli occhi a mandorla e bambini con la pelle color caffelatte. Molti di loro sono nati in Italia.
“I neoarrivati a Milano dopo 6 o 7 mesi tra i banchi di scuola hanno già acquisito il 70% della conoscenza dell’italiano. Ma non è solo una questione di lingua-spiega l’insegnante- il progetto mandato avanti per anni attraverso la figura dei facilitatori parlava di interculturalità e integrazione, di aiuto alla comprensione e di insegnamento alla solidarietà”.
Ambrosi ci racconta dei capodanni cinesi e delle ricorrenze musulmane preparati e festeggiati con entusiasmo e divertimento dai “suoi” bambini; ci racconta immagini di amicizia ed uguaglianza, di condivisione e curiosità, di avvicinamento e reciprocità.
Ci racconta che l’integrazione, quella parola di cui si riempiono la bocca alcuni politici sostenitori delle “classi ponte”, prevede bilateralità, non assimilazione; scambio, non imposizione.
Perché il rapporto tra culture diverse non arricchisce soltanto i bambini stranieri; anche quelli italianissimi, le cui origini ed usanze qualcuno si affanna a voler preservare a tutti i costi da eventuali pericolose contaminazioni esotiche, ricevono insegnamenti e informazioni preziosissime per la loro crescita individuale.
Imparare a comprendere che esistono punti di vista differenti, imparare a non fossilizzarsi in schemi prestabiliti. Imparare che la “diversità” è bella, stimolante, costruttiva; questo è l’arricchimento più prezioso.

Giulia Cusumano
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