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IL BIE, LE MINACCE E LA FIRMA AI TEMPI SUPPLEMENTARI Dopo lennesimo rinvio il Bureau international des expositions aveva concesso gli ultimi 40 giorni per varare la governance dellExpo, a Roma hanno capito che si rischiava grosso e hanno firmato il decreto
Il
superministro dell’economia, Giulio Tremonti, aveva fatto professione
d’indifferenza dichiarando che lui al decreto Expo non tiene e che anzi
gli “va bene tutto”. Il premier sembrava troppo impegnato a dare
consigli ai risparmiatori su come investire in borsa e ai questori su
come sgomberare università e licei occupati dagli studenti.
A Parigi, negli uffici del Bureau international des expositions, tanto
indifferenti non erano se solo l’altri ieri (21 ottobre) avevano fatto
sapere che o entro il 2 dicembre si fosse varata finalmente la
governance dell’Expo 2015 o Milano avrebbe potuto rischiare di dire
addio all’Esposizione universale con tutto il corollario di
investimenti promessi e di sviluppo sperato.
Al BIE stanno cercando di capire da mesi le intenzioni di Milano e Roma
e soprattutto aspettano di venire nel capoluogo lombardo per verificare
la struttura gestionale della macchina organizzativa e lo stato di
avanzamento dei lavori. La prima “ispezione” dopo l’assegnazione del 31
marzo è stata rinviata già due volte su richiesta del Comune di Milano.
C’è voluta una velata minaccia da Parigi -dove hanno fatto sapere che
sebbene “ufficialmente non esista una deadline, se non ci sarà il
decreto entro l’assemblea generale del 2 dicembre sarà un problema”-
per porre fine, per il momento, alla guerra tra istituzioni locali e
tra Milano e Roma.
Nella serata del 22 ottobre, prima di partire per l’estremo oriente, il
premier ha firmato il decreto per la costituzione della Società di
Gestione dell'Esposizione Universale. Nella governance sembra sia
previsto un nuovo ente, il Coem, come sembra che Paolo Glisenti sarà
l'amministratore delegato della Soge, Diana Bracco la presidente. Il
condizionale è d’obbligo poiché nel momento in cui scriviamo non c’è
nessuna conferma ufficiale se non quella che il decreto è stato
firmato. La struttura della Soge non dovrebbe presentare variazioni di
rilievo rispetto a quanto ventilato in queste settimane: cinque
consiglieri, tre espressi da Regione, Provincia, Comune, e due dai
privati. La new entry COEM, dovrebbe essere una sorta di camera di
compensazione delle anime politiche che si sono fino ad oggi sentite
escluse.
Il decreto a quanto si sa non contiene nomi e quindi non è escluso che
la querelle si sia chiusa con la firma del Presidente del consiglio.
Proprio ieri il Sindaco aveva colto al volo il richiamo del BIE per
addossare neppure troppo velatamente la responsabilità del ritardo sul
Ministro Tremonti, “nemico” di Palazzo Marino negli ultimi mesi nei
quali il dissidio tra Milano e il governo centrale è andato crescendo,
con il paradosso che lo scontro si è spostato dal cortile lombardo dopo
mesi di veti incrociati tra Comune, Provincia e Regione a Roma tra nord
e il governo più “nordista” della storia repubblicana.
Scampati alla “sindrome di Dugny”, la cittadina francese che
dovette rinunciare all’Expo del 2004 perché l’organizzazione
dell’evento era risultata al di sopra delle sue possibilità, non è
detto però che nel caso dell’Expo milanese, la classe dirigente locale
e nazionale abbia scampato il pericolo di essere al di sotto delle
opportunità dell’evento.
Chiuso, almeno per il momento e soprattutto per evitare una figuraccia
di dimensioni internazionali, il capitolo governance, rimangono aperti
altri fronti.
Anzitutto dietro al conflitto apertosi tra Roma e Milano sull’Expo
sembra vi sia un cambio radicale di valutazione sulla compatibilità
finanziaria e sul ritorno economico dell’Esposizione universale. La
crisi finanziaria e la recessione in arrivo mutano radicalmente lo
scenario: da una parte i fondi, sia pubblici che privati, per le
infrastrutture e gli investimenti scarseggiano e le stime, già assai
ottimistiche, di 29 milioni di visitatori e 75 miliardi di euro di
fatturato, vengono riviste al ribasso.
Bisognerà capire quanto, e con quali fondi, verrà effettivamente
realizzato delle “opere accessorie” –leggi infrastrutture– e
soprattutto quanto delle trasformazioni del territorio di Milano e
dintorni¬ verrà coperto con il magico logo Expo.
La partita inizia ora: sulle infrastrutture, guarda caso quelle su
ferro come snodi ferroviari e linee 4 e 5 della metro, è noto che i
soldi manchino mentre le alleanze per spartirsi la grande torta della
speculazione a base di cemento e metri quadri edificabili sono già in
moto.
Beniamino Piantieri
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