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SGOMBERI E SILENZI ELETTORALI Lennesima, inutile bonifica sposta poco più in là il problema Rom mentre la politica sta in silenzio
Una
volta abbattute le baracche alla Bovisasca e dispersi i Rom si è letto
e sentito di tutto. Silenzi e protagonismi elettorali hanno evidenziato
l’assenza della politica che ormai si limita ad operare con le ruspe e
ad alzare il sopracciglio se la Curia milanese fa appello ad un senso
di umanità che non dovrebbe appartenere ai soli cattolici. Nel
cortocircuito perenne dell’ossessione securitaria ciò che dovrebbe
essere normale fa quasi scandalo e quel che in un paese ricco e civile
–seppur in declino– dovrebbe scandalizzare diviene la norma dell’agire
da parte dell’amministrazione cittadina.
La condizione dei Rom è un problema e chiunque abbia un minimo di buon
senso –prima che di senso d’umanità– non può certo pensare che voltare
la testa dall’altra parte di fronte alle baraccopoli e
all’accattonaggio sia la soluzione. Ma una soluzione può essere
una sequela di sgomberi che ormai si succedono ininterrottamente senza
risolvere nulla? Assistiamo ad una sorta di gioco dei quattro cantoni
con il corollario di veri e propri sconti tra Milano e i comuni
dell’hinterland che accusano il Capoluogo di trattarli come una
discarica. Il cerchio si chiude con l’implicita equazione:
rom=immondizia.
In questo scenario la politica è assente. L’orizzonte è circoscritto
dalle ruspe e dai silenzi, poiché gli zingari fanno guadagnare voti
solo se vengono sgomberati. Ma si può sgomberare la povertà?
Di questo si tratta. A meno che non si voglia davvero pensare che i
circa diecimila Rom presenti sul territorio milanese siano tutti dediti
al crimine. Se così fosse, più che di emergenza da trattare con gli
sgomberi si dovrebbe contemplare l’uso dell’esercito per presidiare le
strade. Invece, la maggior parte degli uomini che “risiedono” nei campi
lavora nell’edilizia, ovviamente in nero. Ma il circo
politico-mediatico si nutre di altro: dei baby borseggiatori e delle
Mercedes parcheggiate accanto alle baracche. Ci sono gli uni e le
altre, ma nel caso dei Rom tutta l’erba è fatta fascio.
Ma di povertà si tratta, estrema e brutale, che si ammassa in favelas e
produce, come dicono gli operatori delle associazioni che tentano di
costruire percorsi di integrazione, un processo di rinomadizzazione di
una popolazione che in Romania era e rimane sedentaria.
Ma l’emergenza e l’investimento politico sulla paura fanno prevalere lo
spettro sulla realtà: i Rom rumeni tornano ad essere nomadi e gli
sgomberi interrompono ogni tentativo d’inserimento scolastico di
bambini e ragazzi destinati così, nella migliore delle ipotesi,
all’accattonaggio.
Non c’è dubbio che la questione non possa essere affrontata dalla
singola amministrazione locale, nemmeno da quella di una città grande
come Milano. La sua risoluzione passa sia attraverso politiche
pubbliche che superano la sfera cittadina, sia per mezzo della stipula
necessaria di accordi bilaterali con la Romania, alla quale –non
bisogna mai dimenticarlo– non è parso vero di potersi liberare di
quella che i Rumeni, prima, durante e dopo il quarantennio comunista,
hanno sempre considerato come una minoranza avulsa e
intollerabile.
La politica deve elaborare risposte e soluzioni per problemi complessi,
spesso spinosi. Questo è il suo compito. Disperdere la polvere, perchè
possa essere nascosta negli angoli meno visibili non è solo abdicare
alle proprie responsabilità, ma anche rinunciare alla propria missione.
Beniamino Piantieri
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