inizio spazio tempo argomento notizie chi siamo
 notiziario 246 del 19-06-2007

A DUE CHILOMETRI DAL TERZO MONDO
Ex scalo Romana FS: le immagini
Ex scalo Romana FS: i video
SGOMBERARE STANCA
ALLARME SÌ?! ALLARME NO!? ALLARME BOH!? EMERGENZA RIFIUTI?!
Interviste a Bruna Brembilla e Carlo Petra
LA BIBLIOTECA DEI FORSE
 
 
 
 
archivio notiziari online
Indice
 
notizia successiva

A DUE CHILOMETRI DAL TERZO MONDO
Nell’ex scalo FS di Porta Romana i rifugiati per motivi umanitari vivono tra topi e rifiuti

Clicca sulle immagini per ingrandirle:

Quanto dista il terzo mondo dal Duomo di Milano?
Due chilometri e duecento metri. Meno di mezz’ora a piedi per passare dalle eleganti vie del centro ad uno scenario degno dei peggiori slums delle metropoli del sud del mondo.

Lo scalo ferroviario di Porta Romana è un’area di oltre 200.000 metri quadrati, che si estende da est a ovest per circa un chilometro, da Corso Lodi a via Ripamonti.
Una volta era il primo scalo merci all’interno dei confini cittadini, poi il suo ruolo è diminuito con lo svanire del settore industriale. Dozzine di binari invasi da cespugli e immondizia. Da qui una volta partivano anche i treni speciali che andavano a Lourdes. Adesso, sui pochi binari attivi, ci passano solo i convogli locali che vanno verso sud ovest e qualche locomotore diesel che traina i carrelli per la manutenzione.
Entriamo dal cancello che dà su piazzale Lodi. Il cartello è minaccioso: “vigilanza armata!”, ma il catenaccio è aperto. Lasciamo alle nostre spalle il rumore e innanzi a noi comincia una processione di capannoni che si distende verso ovest, una fila di edifici bassi che una volta ospitavano i depositi e gli uffici degli spedizionieri.
Attraversiamo un fascio di binari in disuso e arriviamo al primo capannone. È una discarica. L’immondizia raggiunge le pareti. Chi vive nei capannoni che troveremo sul nostro cammino porta qui l’immondizia nella speranza, vana, che i topi diano una tregua.
Il secondo capannone è occupato da una quarantina di persone: da una parte un gruppo di eritrei e sudanesi in fuga dalle loro guerre ai quali è stato concesso un permesso per motivi umanitari, dall’altro due famiglie di rumeni con alcuni bambini. Gli africani ci raccontano della loro fuga, la solita, affidata ai trafficanti di uomini e disperazione che li traghettano prima nel deserto e poi dalla Libia alle coste siciliane e calabresi. I Romeni non parlano, si rinchiudono dietro le porte pesanti. Per loro essere diventati comunitari ha contato assai poco.
Il nucleo storico dei rifugiati si trova qualche decina di metri più in là. Sono negli ex uffici della ditta Crisafulli. Cartoni e coperte alle pareti, d’estate per proteggersi dal sole, d’inverno dal freddo. “Sette coperte d’inverno” dice Renè, il decano, una stanza tappezzata delle pagine dei giornali con le foto della sua Inter e le pareti istoriate di poesie. Renè e gli altri si sono organizzati attorno ad uno dei due rubinetti funzionanti dell’intera area. Nelle stanze sono una ventina. Un paio di marocchini, il resto provenienti dall’Africa subsahariana. Tutti con il permesso di soggiorno, nessuno con una casa.

Tutti alla ricerca di un lavoro, nessuno che riesca a spuntare più di qualche ora in nero. “È difficile –continua Renè– anche se non si muore di fame. Al mattino da ‘Pane quotidiano’, alla sera alla mensa dell’Opera San Francesco. Vorrei andarmene, ma ho 44 anni e nessuno mi dà un lavoro.” Altri vorrebbero andare all’estero, ma la legge impone che si debba restare nello stato che ti riconosce lo status di rifugiato. Ahmed è sudanese, ha provato a raggiungere la sorella in Svezia è stato rispedito in Italia dopo meno di un mese.La notizia del giorno è l’arrivo dei Rumeni sgomberati da uno stabile in viale Toscana.
Come accade sempre in queste situazioni il sentimento dell’ospitalità non è la prima cosa che passa per l’animo di chi è costretto a vivere nascosto, con la speranza che la miseria di oggi non peggiori con l’ennesimo sgombero. L’equilibrio è precario.
Si parla di vendette per l’acqua: chi ha negato l’uso di uno dei due rubinetti dell’area agli ultimi arrivati si è ritrovato la stanza bruciata.
Si parla coltelli e di minacce: un gruppo di sudanesi ha fatto sapere che gli zingari devono stare alla larga.

Eppure questa polveriera disperata si estende su una prossima miniera d’oro. Eritrei, Sudanesi, Marocchini e Romeni, zingari o meno che siano, non sanno di essere accampati su una delle aree che nei prossimi anni sarà interessata da una maxi operazione edilizia il cui valore non riuscirebbero nemmeno ad immaginare.
Infatti, in base ad un accordo siglato da Comune e Ferrovie nel luglio del 2005, entro la fine di quest’anno alle aree degli scali dismessi dovrebbero essere assegnati gli indici di edificabilità. Cioè l’ex scalo di Porta Romana dovrebbe diventare edificabile. Le Ferrovie lo venderebbero a privati. Si parla di un valore di almeno trecento milioni di euro.

Qualcuno aspetta l’ennesimo sgombero. Sono quelli che hanno fatto la trafila degli ultimi due anni da via Lecco all’ex caserma di via Forlanini. “A gennaio del 2006 siamo andati a piedi fino a Ginevra, al Tribunale internazionale per i rifugiati per denunciare la nostra situazione. Il Governo Italiano aveva assicurato a noi e al Tribunale un intervento a nostro favore.”
Ma a quanto pare il Comune per il momento è all’oscuro di tutto. L’Assessore ai servizi sociali, Mariolina Moioli, da noi contattata ha dichiarato di ignorare la vicenda e alla nostra richiesta di un commento si è limitata a dire che non avrebbe rilasciato dichiarazioni e avrebbe riferito all’Assessore De Corato.
Forse perché, come abbiamo ricordato, molti di coloro che adesso sono accampati tra i rifiuti a due chilometri da piazza Duomo sono gli stessi che il Comune ha sgomberato già un anno e mezzo fa.
Giusto, della pratica è meglio che se ne occupino gli esperti.

Beniamino Piantieri
fotografie di Leonardo Rosato Rossi


































 
notizia successiva