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 notiziario 232 del 26-02-2007

PASSATO IL BLOCCO, NON GABBATO LO SMOG
IN GIRO PER MILANO. NONOSTANTE IL BLOCCO
CHI SONO I BARBARI?
DON COLMEGNA:“A OPERA HANNO AGITO GLI IMPRENDITORI DELLA PAURA”
PAROLA DI ZINGARO
LA GRANDE MIGRAZIONE
PAGANDO… S’INTENDE!
UN A(i)UTO PER L'AMBIENTE
Le polveri della settimana
 
 
 
 
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CHI SONO I BARBARI?
Settanta Rom, di cui oltre la metà bambini, un paese pacifico e troppi silenzi

Il 10 febbraio, dopo un oltre un mese di insulti e minacce, dopo un incendio, una fuga precipitosa e un rientro a dir poco male accolto, dopo un assedio da parte di un presidio di cittadini che in molti casi sembrava l’antipasto di un pogrom, i settanta Rom –di cui oltre la metà bambini che ogni giorno si recavano regolarmente a scuola– hanno deciso di abbandonare il campo regolare e provvisorio ai margini del Comune di Opera.
La soluzione temporanea individuata da Don Virginio Colmengna in collaborazione con le Istituzioni non ha retto l’urto della protesta popolare che ha trasformato un lembo di terra in uno scenario da “scontro di civiltà” in trentaduesimo. Alimentati dai peggiori pregiudizi e da leggende metropolitane –tipo quella secondo la quale i Rom percepirebbero un sussidio pubblico giornaliero (accadeva dieci anni fa ed era limitato ai profughi bosniaci certificati) –, animati dalla paura, una parte dei cittadini di Opera ha fatto in modo che i “barbari” accampati alle porte del loro territorio togliessero il disturbo. Così i Rom se ne sono andati lasciando una lettera aperta in cui chiedevano solo umanità e rispetto, il minimo che si possa fare se una torma di adulti, stanziali e rispettabili, ti insulta quotidianamente i figli che si accingono ad andare a scuola.
La sagra del “dagli allo zingaro” è arrivata anche sulle pagine delle cronache nazionali e nei programmi di approfondimento; ma la luce dei media è durata forse meno delle fiamme che poco prima di Natale hanno avvolto il campo. Questa volta la polvere d’umanità ha scelto di infilarsi sotto un tappeto lontano dagli occhi, dalle parti di Parco Lambro. Del resto, come accade per la miseria che fa la fila innanzi alle mense dei poveri o trova rifugio nelle baraccopoli, il problema non è che ci sia ma che è visibile. Tanto che una volta sloggiati, dei settanta rumeni che hanno turbato i sonni e le veglie degli operosi Operesi non se n’è più parlato: via dal campo, via dalle scalette dei telegiornali locali e dalle pagine di cronaca. Forse, anche per l’informazione vige la regola della polvere sotto il tappeto e della povertà che fa scandalo solo se rischia di schizzare la patina opaca della sazietà.
È, come sempre, una questione di sicurezza. Per questo si presidia. Sicurezza, anche dello sguardo, anche della coscienza: è il coronamento di un ventennio di retorica securitaria utilizzata come strumento di governo, di paura adottata come riflesso condizionato del consenso.

FLASHBACK
Chi non comprese tali dinamiche al loro dispiegarsi, rivisto oggi, sembra un fossile di un’altra era.
Primi di maggio 1991, Milano era ancora da bere e gli stranieri, assimilati tutti sotto l’etichetta “extracomunitari” erano circa 50.000, il 4,3% della popolazione residente –oggi sono oltre 162.000, il 12,5% dei residenti–. Prima del terremoto politico dell’anno successivo, sembrava che l’emergenza stranieri fosse in cima alle preoccupazioni dei Milanesi. Il rapido aumento della presenza di immigrati faceva montare la preoccupazione in fasce della popolazione sempre più ampie e ormai esposte all’incertezza di un modello sociale in rapida evoluzione verso la logica del mercato applicata ad ambiti sempre più vasti. In questo orizzonte si saldavano disagio e speculazione politica, dando vita a parole d’ordine che avremmo poi visto all’opera negli anni ’90 tra propaganda, logiche securitarie e gestione politica della paura pubblica.
Nei primi giorni del maggio di sedici anni fa si conclude in modo eclatante, tanto da finire sulle cronache nazionale e in tutti i telegiornali, una vicenda che interessava un piccolo spazio incolto tra via Padova e via Palmanova a ridosso di un deposito dell’ATM. Dalle prime settimane dell’anno vi si erano accampati decine di nordafricani. Dopo i primi giorni di stupore, tra alcuni dipendenti dell’ATM che lavorano nel deposito inizia a serpeggiare un certo malumore, dai volantinaggi si passa ad una sorta di picchetto e allo sciopero. Finalmente sabato 11 maggio sul posto arriva l’allora Sindaco Pillitteri, accompagnato da giornalisti e telecamere. L’incontro con alcuni dipendenti dell’ATM scesi in sciopero contro l’insediamento degli extracomunitari diventa un’epica rissa verbale ripresa dalle telecamere. Alla fine il Sindaco urla contro i tranvieri “Fascisti! Razzisti! Siete la vergogna di Milano!”
Rivisto oggi, l’episodio appare surreale nella sua distanza siderale dalla nostra realtà. Anzitutto perchè la stragrande maggioranza dei Sindaci appoggerebbe se non addirittura capeggerebbe una protesta di quel tipo, in secondo luogo perchè nessuno –tanto meno un politico che mira ad essere eletto o rieletto– avrebbe il coraggio di dire pubblicamente quella che è il grumo profondo, la pulsione indicibile che spesso porta a queste manifestazioni: razzismo.

RITORNO AL PRESENTE
A sedici anni di distanza, la mobilitazione di una buona parte dei cittadini di Opera dimostra quanta strada abbia fatto la logica per la quale l’altro –l’irrimediabilmente altro nel caso degli zingari, nonostante dal primo gennaio i cittadini rumeni, anche quelli di etnia rom, siano cittadini comunitari–, è l’invasore da respingere, la minaccia che assale la normalità. Normali erano i cittadini mobilitati in presidio permanente, normali coloro che sono arrivati ad insultare i bambini che andavano a scuola. I “barbari” erano gli altri.
Hans Magnus Enzesberger, proprio nel 1991, nel papmphet “La grande migrazione” scriveva – “Quanto più tenacemente una civiltà si difende da una minaccia esterna, quanto più si chiude in se stessa tanto meno alla fine ha da difendere. Quanto ai barbari non è necessario aspettarli davanti alle porte della città. Sono qui da sempre.”



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