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CHI SONO I BARBARI? Settanta Rom, di cui oltre la metà bambini, un paese pacifico e troppi silenzi
Il 10
febbraio, dopo un oltre un mese di insulti e minacce, dopo un incendio,
una fuga precipitosa e un rientro a dir poco male accolto, dopo un
assedio da parte di un presidio di cittadini che in molti
casi sembrava l’antipasto di un pogrom, i settanta Rom
–di cui oltre la metà bambini che ogni giorno si
recavano regolarmente a scuola– hanno deciso di abbandonare
il campo regolare e provvisorio ai margini del Comune di Opera.
La
soluzione temporanea individuata da Don Virginio Colmengna in
collaborazione con le Istituzioni non ha retto l’urto della
protesta popolare che ha trasformato un lembo di terra in uno scenario
da “scontro di civiltà” in
trentaduesimo. Alimentati dai peggiori pregiudizi e da leggende
metropolitane –tipo quella secondo la quale i Rom
percepirebbero un sussidio pubblico giornaliero (accadeva dieci anni fa
ed era limitato ai profughi bosniaci certificati) –, animati
dalla paura, una
parte dei cittadini di Opera ha fatto in modo che i
“barbari” accampati alle porte del loro territorio
togliessero il disturbo. Così i Rom se ne sono andati
lasciando una lettera aperta in cui chiedevano solo umanità
e rispetto, il minimo che si possa fare se una torma di adulti,
stanziali e rispettabili, ti insulta quotidianamente i figli che si
accingono ad andare a scuola.
La
sagra del “dagli allo zingaro” è
arrivata anche sulle pagine delle cronache nazionali e nei programmi di
approfondimento; ma la luce dei media è durata forse meno
delle fiamme che poco prima di Natale hanno avvolto il campo. Questa
volta la polvere d’umanità ha scelto di infilarsi
sotto un tappeto lontano dagli occhi, dalle parti di Parco Lambro. Del
resto, come accade per la miseria che fa la fila innanzi alle mense dei
poveri o trova rifugio nelle baraccopoli, il problema non è
che ci sia ma che è visibile. Tanto che
una volta sloggiati, dei settanta rumeni che hanno turbato i sonni e le
veglie degli operosi Operesi non se n’è
più parlato: via dal campo, via dalle scalette dei
telegiornali locali e dalle pagine di cronaca. Forse, anche per
l’informazione vige la regola della polvere sotto il tappeto
e della povertà che fa scandalo solo se rischia di schizzare
la patina opaca della sazietà.
È,
come sempre, una questione di sicurezza. Per questo si presidia.
Sicurezza, anche dello sguardo, anche della coscienza: è il
coronamento di un ventennio di retorica securitaria utilizzata come
strumento di governo, di paura adottata come riflesso condizionato del
consenso.
FLASHBACK
Chi
non comprese tali dinamiche al loro dispiegarsi, rivisto oggi, sembra
un fossile di un’altra era.
Primi
di maggio 1991, Milano era ancora da bere e gli stranieri, assimilati
tutti sotto l’etichetta “extracomunitari”
erano circa 50.000, il 4,3% della popolazione residente –oggi
sono oltre 162.000, il 12,5% dei residenti–. Prima del
terremoto politico dell’anno successivo, sembrava che
l’emergenza stranieri fosse in cima alle preoccupazioni dei
Milanesi. Il rapido aumento della presenza di immigrati faceva montare la
preoccupazione in fasce della popolazione sempre più ampie e
ormai esposte all’incertezza di un modello sociale in rapida
evoluzione verso la logica del mercato applicata ad ambiti sempre
più vasti. In questo orizzonte si saldavano disagio e
speculazione politica, dando vita a parole d’ordine che
avremmo poi visto all’opera negli anni ’90 tra
propaganda, logiche securitarie e gestione politica della paura
pubblica.
Nei primi
giorni del maggio di sedici anni fa si conclude in modo eclatante,
tanto da finire sulle cronache nazionale e in tutti i telegiornali, una
vicenda che interessava un piccolo spazio incolto tra via Padova e via
Palmanova a ridosso di un deposito dell’ATM. Dalle prime
settimane dell’anno vi si erano accampati decine di
nordafricani. Dopo i primi giorni di stupore, tra alcuni dipendenti
dell’ATM che lavorano nel deposito inizia a serpeggiare un
certo malumore, dai volantinaggi si passa ad una sorta di
picchetto e allo sciopero. Finalmente sabato 11 maggio sul posto arriva
l’allora Sindaco Pillitteri, accompagnato da giornalisti e
telecamere. L’incontro con alcuni dipendenti
dell’ATM scesi in sciopero contro l’insediamento
degli extracomunitari diventa un’epica rissa verbale ripresa
dalle telecamere. Alla fine il Sindaco urla contro i tranvieri
“Fascisti! Razzisti! Siete la vergogna di Milano!”
Rivisto
oggi, l’episodio appare surreale nella sua distanza siderale
dalla nostra realtà. Anzitutto perchè la
stragrande maggioranza dei Sindaci appoggerebbe se non addirittura
capeggerebbe una protesta di quel tipo, in secondo luogo
perchè nessuno –tanto meno un politico che mira ad
essere eletto o rieletto– avrebbe il coraggio di dire
pubblicamente quella che è il grumo profondo, la pulsione
indicibile che spesso porta a queste manifestazioni: razzismo.
RITORNO
AL PRESENTE
A
sedici anni di distanza, la mobilitazione di una buona parte dei
cittadini di Opera dimostra quanta strada abbia fatto la logica per la
quale l’altro –l’irrimediabilmente altro
nel caso degli zingari, nonostante dal primo gennaio i cittadini
rumeni, anche quelli di
etnia rom, siano cittadini comunitari–, è
l’invasore da respingere , la
minaccia che assale la normalità. Normali erano i cittadini
mobilitati in presidio permanente, normali coloro che sono arrivati ad
insultare i bambini che andavano a scuola. I
“barbari” erano gli altri.
Hans Magnus
Enzesberger, proprio nel 1991, nel papmphet “La grande
migrazione” scriveva – “Quanto
più tenacemente una civiltà si difende da una
minaccia esterna, quanto più si chiude in se stessa tanto
meno alla fine ha da difendere. Quanto ai
barbari non
è necessario aspettarli davanti alle porte della
città. Sono qui da sempre.”
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