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LEXPO E LA FAVOLA DEI 500.000 MILANESI IN PIÙ Con la scusa dellEsposizione universale Masseroli si mette alla testa del partito del cemento ma i numeri della demografia smentiscono la necessità di case per mezzo milione di nuovi residenti
“Nutrire
il pianeta”, ricordate? Era questo il tema scelto da Milano per la
propria candidatura ad ospitare l’Esposizione universale del 2015. Non
se n’è fatta più parola. Da oltre sei mesi nello scontro -sotterraneo e
in campo aperto- che coinvolge appetiti, istituzioni e cordate
politiche più che a come nutrire il pianeta si è pensato a come
apparecchiare la tavola per saziare gli attori in campo.
Non è detto che tutti quelli che il 31 marzo scorso avevano accolto
l’assegnazione dell’Expo a Milano con l’acquolina in bocca siano ancora
così entusiasti. Non passa giorno senza che si rincorrano cifre sempre
più allarmanti sulla carenza di fondi e, secondo le cronache di questi
giorni e come avevamo anticipato tre settimane fa, nei palazzi romani e anche in qualcuno di quelli milanesi qualcuno vorrebbe gettare la spugna e rinunciare all’Expo.
Chi sembra non volerci rinunciare ad ogni costo è il partito del
cemento. Imbandieratasi del logo “Expo 2015” la lobby del mattone è
partita all’attacco.
L’Assessore all’urbanistica Masseroli si è fatto interprete di questa
onda grigia, anche se le dichiarazioni degli ultimi giorni non sono una
novità. Sin dal proprio insediamento Masseroli non ha fatto mistero di
ritenere necessaria una massiccia deregulation urbanistica. Nella
scorsa primavera aveva presentato le linee del nuovo Piano del governo
del territorio facendo chiaramente capire che il regime dei vincoli era
agli sgoccioli e che lo sviluppo urbano passava nelle mani dei privati:
revisione degli standard, concessioni sugli indici di edificabilità e
via al valzer della permuta di aree.
Negli ultimi giorni Masseroli ha dato una misura concreta alla sua
svolta urbanistica: cemento per 500.000 nuovi abitanti. Una cifra in
confronto alla quale il milione di posti di lavoro promessi dal
Cavaliere prima maniera è un esempio di sobrio e cauto realismo.
Le velleità dell’Assessorato all’urbanistica si scontrano infatti con i
numeri incontrovertibili delle tendenze demografiche che interessano la
popolazione milanese. Un aumento di mezzo milione della popolazione
attuale significherebbe un incremento di oltre il 38%, addirittura
superiore a quello registrato negli anni ’50 e ’60, che fu
complessivamente del 37%.
Infatti, per assistere ad un aumento di 500.000 residenti –per
l’esattezza 484.000– ci volle un ventennio, dal 1950 al 1970. Fu il
periodo del boom economico e dell’immigrazione massiccia dal sud. Dalla
metà degli anni ’70 la popolazione Milanese è calata costantemente,
registrando un saldo negativo di oltre mezzo milione di residenti e se
oggi non ci fossero gli immigrati stranieri il capoluogo lombardo
avrebbe meno abitanti che nel 1950.
La tendenza demografica, anche se negli ultimi cinque anni abbiamo
registrato un lieve aumento della popolazione, non lascia intravedere
nessun boom tale da giustificare i numeri sparati in questi giorni
dall’Assessorato all’urbanistica. Le cifre degli indicatori demografici
diffusi dall’Ufficio statistica del Comune poche settimane fa non
lasciano adito a dubbi: nel 2007 il tasso di crescita è stato -0,31% e
se la popolazione nell’ultimo quinquennio è aumentata di un misero
0,16%, lo si deve all’immigrazione straniera, che per quanto integrata,
difficilmente può accedere massicciamente al tipo di edilizia
vagheggiata dall’Assessore Masseroli.
Inoltre, nella fascia d’età tra i 15 e i 64 anni –quella che potrebbe
essere interessata ad un aumento dell’offerta abitativa– nell’ultimo
anno si è registrato un calo di quasi l’1%.
Ancor più impressionanti sono le previsioni a medio e lungo termine.
Nel 2024, assumendo come variabili un tasso di migratorietà stabile e
un lieve incremento del tasso di fertilità –cioè l’ipotesi che implica
la crescita maggiore– la popolazione milanese dovrebbe attestarsi
attorno a 1.354.000 residenti, cioè poco meno di 50.000 unità in più
rispetto ad oggi. Ma l’ipotesi più probabile, ammesso che la Lega non
riesca ad ottenere il blocco dei flussi migratori per i prossimi due
anni, è che nel 2024 i residenti a Milano non saranno più di 1.324.000.
A che serve quindi una colata di cemento capace di accogliere mezzo
milione di abitanti? L’intenzione dell’Amministrazione è quella di
riportare gli oltre 442.000 milanesi trasferitisi altrove dal 1995. Ma
di questi solo il 35,55% ha scelto di risiedere nei confini della
provincia, un altro 16% è rimasto sul territorio lombardo.
Ammesso che costoro siano ancora tutti in vita e abbastanza giovani per
affrontare un trasloco, che nel frattempo non si siano trasferiti ancor
più lontano e che soprattutto smanino per ritornare a Milano, siamo a
circa 220.000 persone. Ancora una volta i conti non tornano.
Ma nel caso Milanese i propositi di ripopolamento sono un semplice
paravento. Nessuna persona in grado di leggere i numeri relativi alla
situazione e all’evoluzione demografica di Milano può seriamente
pensare che la città abbia bisogno di edilizia residenziale per mezzo
milione di persone, né che questa massa di alloggi si riempia di
abitanti semplicemente perché viene costruita.
Attirare residenti a Milano o farceli tornare è un’impresa che va ben
oltre le gru e il cemento e necessita di interventi radicali
sull’offerta di servizi alla persona, sui costi complessivi del vivere
a Milano –che non sono solo quelli esorbitanti dell’abitare– sul
trasporto pubblico, sulla qualità ambientale.
Ancora una volta l’Expo si riduce ad una comoda etichetta apposta su
interventi che poco o nulla hanno a che fare con il tema e le finalità
dell’Esposizione universale.
In questo caso si tratta del pressoché totale azzeramento dei vincoli
urbanistici, dell’esclusione del Consiglio comunale dalle decisioni
sullo sviluppo urbano che rischiano di essere riservate ad una sorta di
trattativa “privata” tra Assessorato e costruttori e soprattutto del
soddisfacimento –al di là dei tanti progetti vagheggiati, di cui solo
una minoranza vedrà forse la luce– degli appetiti che già hanno
individuato la nuova preda: il Parco sud.
Beniamino Piantieri
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