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 notiziario 305 del 18-09-2008

SPRANGHE SUL FUTURO
A 100 PASSI DAL DUOMO
ASPETTANDO LA RICONVERSIONE
MADRID BATTE MILANO, MILANO COPIA MADRID
IMMIGRAZIONE E INFORMAZIONE
LA CITTÀ CHE ASPETTA
A.A.A. CERCASI VOLONTARI
 
 
 
 
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SPRANGHE SUL FUTURO
L’assassinio di Abba è una tragedia anche per il domani dell’integrazione.

La tragica morte di Abba, sprangato a morte per due pacchi di biscotti, dice di Milano molte più cose di quelle che la città vorrebbe sentirsi dire e sia disposta ad accettare, poiché questa morte insensata e crudele è uno specchio impietoso che riflette il recente passato ma anche i rischi futuri.
I colpi feroci che si sono abbattuti su un ragazzo italiano –e questo è un elemento da tenere presente per quanto riguarda i rischi che ci attendono nel volgere di pochi anni, ma lo vedremo tra poco– parlano di un razzismo spicciolo che si è insinuato sotto la pelle del tessuto civile fino a rendersi invisibile e quindi più insidioso dell’intolleranza ostentata e professata ideologicamente; dei frutti amari dell’ossessione securitaria sulla quale hanno investito da troppo tempo gli imprenditori politici della paura; della crosta d’indifferenza che si sta rapidamente richiudendo sulla vicenda dopo l’emozione iniziale; della malafede dei militanti della minimizzazione e della “nonstrumentalizzazione”, come se anni di un crescendo impetuoso e irresponsabile di allarmismo e etnicizzazione del crimine –abbiamo dimenticato quando qualche anno fa tutti gli albanesi erano criminali e quando ancora solo poche settimane fa i Rom erano etnicamente votati alla delinquenza e “più difficili da debellare dei topi”? – non producano effetti concreti, solidi, pesanti quanto una spranga.
Ma la tragedia di Abba dice anche dell’altro e se possibile di ancor più preoccupante, non tanto per la sequela di errori irresponsabili e interessati compiuti fino ad oggi, ma per i rischi che ci aspettano. Abba era un ragazzo italiano, figlio di immigrati, il suo passaporto e la sua lingua erano gli stessi di coloro che nutrono diffidenza, paura o addirittura ostilità nei confronti degli immigrati. Abba non era un extracomunitario come non lo sono le migliaia di ragazzi che qui sono cresciuti, o addirittura nati, che parlano l’italiano assai meglio della lingua dei loro genitori, quando la conoscono.
Da domenica questi cittadini italiani cosa pensano del loro paese, e come vivono il rapporto con esso? Questi giovani italiani dalla pelle scura o dagli occhi a mandorla, dai nomi esotici ma che parlano e pensano come tutti gli altri loro coetanei con i quali sono cresciuti, quanto si sentono parte di una comunità? Oppure, quanto si sentono bersagli di un clima che sembra essere sfuggito al controllo degli apprendisti stregoni della spirale paura-sicurezza?
Siamo ancora in tempo per evitare una sindrome parigina, quella sorta di apartheid non dichiarata dove i francesi di seconda, terza e quarta generazione che vivono nelle banlieues si considerano stranieri in conflitto con il proprio paese. Un conflitto tutt’altro che immaginario, se andiamo con la memoria agli scontri verificatesi negli ultimi anni nelle periferie delle grandi città d’oltralpe.



Beniamino Piantieri
 
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