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SPRANGHE SUL FUTURO Lassassinio di Abba è una tragedia anche per il domani dellintegrazione.
La
tragica morte di Abba, sprangato a morte per due pacchi di biscotti,
dice di Milano molte più cose di quelle che la città vorrebbe sentirsi
dire e sia disposta ad accettare, poiché questa morte insensata e
crudele è uno specchio impietoso che riflette il recente passato ma
anche i rischi futuri.
I colpi feroci che si sono abbattuti su un ragazzo italiano –e questo è
un elemento da tenere presente per quanto riguarda i rischi che ci
attendono nel volgere di pochi anni, ma lo vedremo tra poco– parlano di
un razzismo spicciolo che si è insinuato sotto la pelle del tessuto
civile fino a rendersi invisibile e quindi più insidioso
dell’intolleranza ostentata e professata ideologicamente; dei frutti
amari dell’ossessione securitaria sulla quale hanno investito da troppo
tempo gli imprenditori politici della paura; della crosta
d’indifferenza che si sta rapidamente richiudendo sulla vicenda dopo
l’emozione iniziale; della malafede dei militanti della minimizzazione
e della “nonstrumentalizzazione”, come se anni di un crescendo
impetuoso e irresponsabile di allarmismo e etnicizzazione del
crimine –abbiamo dimenticato quando qualche anno fa tutti gli albanesi
erano criminali e quando ancora solo poche settimane fa i Rom erano
etnicamente votati alla delinquenza e “più difficili da debellare dei
topi”? – non producano effetti concreti, solidi, pesanti quanto una
spranga.
Ma
la tragedia di Abba dice anche dell’altro e se possibile di ancor più
preoccupante, non tanto per la sequela di errori irresponsabili e
interessati compiuti fino ad oggi, ma per i rischi che ci aspettano.
Abba era un ragazzo italiano, figlio di immigrati, il suo passaporto e
la sua lingua erano gli stessi di coloro che nutrono diffidenza, paura
o addirittura ostilità nei confronti degli immigrati. Abba non era un
extracomunitario come non lo sono le migliaia di ragazzi che qui sono
cresciuti, o addirittura nati, che parlano l’italiano assai meglio
della lingua dei loro genitori, quando la conoscono.
Da domenica questi cittadini italiani cosa pensano del loro paese, e
come vivono il rapporto con esso? Questi giovani italiani dalla pelle
scura o dagli occhi a mandorla, dai nomi esotici ma che parlano e
pensano come tutti gli altri loro coetanei con i quali sono cresciuti,
quanto si sentono parte di una comunità? Oppure, quanto si sentono
bersagli di un clima che sembra essere sfuggito al controllo degli
apprendisti stregoni della spirale paura-sicurezza?
Siamo ancora in tempo per evitare una sindrome parigina, quella sorta
di apartheid non dichiarata dove i francesi di seconda, terza e quarta
generazione che vivono nelle banlieues si considerano stranieri in
conflitto con il proprio paese. Un conflitto tutt’altro che
immaginario, se andiamo con la memoria agli scontri verificatesi negli
ultimi anni nelle periferie delle grandi città d’oltralpe.
Beniamino Piantieri
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